lunedì 2 agosto 2010

John R Cash: a man in black



"Alla fine sono le storie che restano, non i fatti. E le storie vanno raccontate”

Reinhard Kleist, Cash. I see the darkness, (Black Velvet Editrice, 2007; pp. 222)

lunedì 5 luglio 2010

Preti e mafiosi: la strana coppia.

Ieri sera presso la Casetta Rossa della Garbatella (Roma) ho assistito alla presentazione del libro di Isaia Sales I preti e i mafiosi (Baldini Castoldi e Dalai).
Il libro affronta un tema scottante: quello delle responsabilità della Chiesa cattolica e dei suoi esponenti, nell’affermazione delle organizzazioni mafiose. Il libro prende le mosse da una serie di domande: come si spiega che nelle quattro «cattolicissime» regioni meridionali si siano sviluppate alcune delle organizzazioni criminali più spietate e potenti al mondo? Come spiegare che la maggioranza degli affiliati a queste bande di assassini si dichiarino cattolici osservanti? Che rapporto c’è tra cultura mafiosa e cultura cattolica? E perché questo rapporto non è stato mai indagato in sede storica e, invece, è sempre smentito o sottovalutato?
Sales cerca di rispondere a ciascuna domanda nel suo libro, affermando che senza il sostegno culturale della Chiesa le mafie non si sarebbero potute radicare così profondamente nel Sud del nostro Paese. Il successo di queste organizzazioni criminali rappresenta dunque un insuccesso della Chiesa cattolica ma, al tempo stesso, senza una Chiesa realmente e cristianamente antimafiosa la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga. Le mafie in Italia esistono da duecento anni ma se non sono state ancora sconfitte vuol dire che i motivi del loro «successo» non sono stati completamente individuati. Oggi il silenzio della Chiesa è stato in parte interrotto, ma moltissimi preti continuano a tacere o a essere indifferenti al tema.

MaR°aNNa

venerdì 2 luglio 2010



"Capita spesso che non facciamo le domande perché non saremmo ancora pronti per udire le risposte, o semplicemente perché ne avremmo paura. E quando troviamo il coraggio di formularle, non è raro che non ci rispondano."



José Saramago

(Azinhaga, 16 novembre 1922 – Tìas, 18 giugno 2010)





"In cinquant'anni molte cose sono profondamente cambiate, la poesia è cambiata, ma non è cambiato il compito dei poeti, quello di disegnare il profilo ideologico di un'epoca. L'ideologia non è una professione di fede, è una visione del mondo che, con il mondo, quindi cambia. Prendiamo ad esempio il concetto di bello: il suo valore è tra i più instabili della storia dell'umanità."



Edoardo Sanguineti

(Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010)
Ai giovani


Bella ridente e giovane
con il tuo ventre scoperto,
e una medaglia d'oro
sull'ombelico,
mi dici che fai l'amore ogni giorno
e sei felice e io penso che il tuo ventre
è vergine mentre il mio
è un groviglio di vipere
che voi chiamate poesia
ed è soltanto tutto l'amore
che non ho avuto
vedendoti io ho maledetto
la sorte di essere un poeta.





Alda Merini

(Milano, 21 marzo 1931
– Milano, 1 novembre 2009)

mercoledì 30 giugno 2010

Le dodici visionarie parodie di Saunders

Consacrato come uno dei migliori autori di short stories degli Stati Uniti di oggi, George Saunders torna con i dodici racconti di Nel paese della persuasione (minimumfax, trad. di Cristiana Mennella, pp. 228, e 15) per dimostrare il suo talento di scrittore comico e visionario, ma anche profondamente e seriamente critico rispetto alla società contemporanea.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta è una fantasia allucinata che ha come protagonista un orso polare, stanco di recitare la stessa scena in una pubblicità in cui viene preso ad accettate in testa. Il mondo di Saunders è una realtà deformata in cui le normali esperienze umane diventano piccoli incubi prodotti dalla burocrazia e dal mercato globale; e viceversa personaggi di soap-opera, sacchetti di patatine e scimpanzé da laboratorio acquistano una vita interiore tutta loro. Questi magnifici racconti partono dal presupposto che tutto è in vendita, tutto è scellerato perciò adatto all'attuale cultura del consumismo, ma la maestrìa dell'autore sta proprio nella sua capacità di farle il verso in piccole parodie che oscillano tra la satira più caustica e una sorta di strana tenerezza.

MaRiaNN°na

mercoledì 7 aprile 2010

50 anni di Doc Martens

Dalle ribellioni punk degli anni Settanta alle passarelle dell'alta moda.

Dr. Martens è un marchio di calzature, anfibi soprattutto, prodotte dalla R. Griggs & Co. di Wollaston, in Inghilterra. Oltre alla particolare foggia, quello che le caratterizza, è la suola con cuscinetto d'aria brevettata dal medico tedesco Klaus Maertens, per una scarpa ortopedica a seguito di un incidente ad un piede, durante la Seconda guerra mondiale.
I primi ad indossarle furono i soldati, poi i lavoratori, gli operai e i postini. Arrivarono persino ai piedi dei poliziotti, costretti ad annerire le inimitabili cuciture gialle. Gli anfibi diventarono il simbolo di orgogliosa appartenenza alla classe lavoratrice.

Il vero boom venne con l'esplosione delle sottoculture, primi su tutti gli Skinheads, ma a anche mods, punks e "boot boys", ovvero i ribelli dediti solo a pub e stadio. La spinta decisiva per la loro diffusione la ricevono da Pete Townshend degli Who il frontaman della band culto dei modernisti in parka verde e lambretta fa diventare gli anfibi un simbolo. I modelli si moltiplicano. Si passa dai tre bottoni ai ben più impegnativi dieci bottoni. Il mito cresce con l'affacciarsi sulla scena degli skins. Nati dalla costola più "dura" dei mods, le teste rasate vedono in quegli anfibi la summa delle loro caratteristiche: sono resistenti, spartani, con pochi fronzoli, pratici. Comodi al lavoro e utili in caso di rissa. Da quel momento il binomio skins-dr martens diventa indissolubile e prosegue fino ai giorni nostri. Moltissime foto d’epoca ritraggono centinaia di teste rasate con gli anfibi in bella mostra. La santificazione arriva sul finire degli anni Sessanta, quando la band skinhead Reaggae Symarip incide Skinhead Moonstom. Note che parlano del modo di camminare (moonstomp) tipico degli skins che indossano Dr. Martens e che, per via dei cuscinetti d'aria, sembrano "camminare sulla luna".

La politica complica le cose nei primi anni Ottanta, quando un'ondata xenofoba investe l'Inghilterra trasformando moltissimi skins in militanti delle organizzazioni di estrema destra. Nessuno ha intenzione di rinunciare alle Dr. Martens ed ecco spuntare il modo per distinguersi: lacci bianchi per chi si schiera a destra, lacci rossi per chi si schiera a sinistra. ci si mette di mezzo anche lo stadio, almeno fino alla metà degli anni Ottanta (quando subirono l'avvento del movimento casual e delle sue scarpe da tennis) i Dr. Martens sulle gradinate la fanno da padroni. Troppo per la polizia che perde la pazienza a causa dei notevoli danni che quelle suole facevano durante le risse. La soluzione? Prima di entrare allo stadio, via i lacci, così da rendere innocuo l'anfibio. Ma questo non basta a spezzare il legame, basta ricordare che una tribuna di Upton Park, lo stadio del West Ham, è chiamata proprio Dr. Martens Stand.

Purtroppo i tempi cambiano e quello che era un simbolo di rivolta, antagonismo e ribellione ha visto aprirsi le porte dello showbitz e del glamour. Adesso, l'anfibio che consumava le piovose strade inglesi, calca le passerelle di Hollywood. Chiunque può averlo ai piedi: dall'avvocato in libera uscita, alla velina alla ricerca del guizzo modaiolo.
Ma chi alle tradizioni ci tiene sa che "più di ogni altra cosa nella testa resta il suono. Quel sordo e attutito contatto con il terreno. Che annunciava la presenza del simbolo, trasversale, di tutte le sottoculture nate in riva al Tamigi e diffuse nel resto del mondo."
Tanti auguri Dr. Martens. Quei cinquant'anni tra le pieghe del
cuoio e le suole di gomma si vedono poco. Lo stile è rimasto, nonostante gli anni.



MaR°annina